Burichiello: Nominativi fritti e mappamondi

Burchiello: il poeta alle origini del Nonsense

Leggendo "Nominativi fritti e mappamondi" esploriamo la poetica del Burchiello: un patriarca del Trash

Amici Trashomani! Avete mai sentito parlare del poeta Domenico di Giovanni, detto il Burchiello? Stiamo parlando dell’autore di Nominativi fritti e mappamondi, di “Piovendo un giorno all’alba, a mezza notte“, per non parlare di “Limatura di corna di lumaca” e di “Zaffini, e orinali, e uova sode“!

è una storia che i jedi non raccontano

Da buoni frequentatori di questo sito avrete ormai imparato come la totale mancanza di senso sia alla base di un gran numero di specialità trash (se non ne siete convinti andatevi a ripassare un po’ di Trashosophia).
Proprio per questo motivo oggi vogliamo fare un po’di sano intrattenimento culturale, andando a scoprire le origini del nonsenso attraverso la poesia italiana quattrocentesca.

Lo facciamo, ovviamente, dedicandoci alla figura del Burchiello: il principale (anche se non il primo) poeta ad essersi dedicato alla scrittura di sonetti “alla burchia“.
Andremo a dire qualcosa sulla sua vita, sul suo stile e sulla sua poesia più famosa.

Ma tranquilli eh! Anche se cerchiamo di dare informazioni utili non siamo un libro di scuola. Faremo in modo che il tutto risulti abbastanza divertente da non farvi strappare le mutande dalla noia!

Burchiello Domenico di Giovanni poeta

Vita di Domenico di Giovanni, detto Burchiello

Domenico, primogenito del taglialegna Giovanni e della tessitrice Antonia, nacque a Firenze nel 1404.
Non fu un letterato professionista, bensì un barbiere che dopo anni di lavoro dipendente riuscì ad aprire una bottega tutta sua nel 1432.

La differenza fra il suo salone e quello del vostro falcia-capelli è evidente: voi, mentre vi acconciano, siete abituati a parlare del gossip locale come se foste delle zitelle cinquantenni.
I clienti del Burchiello, invece, parlavano in rima e discutevano di poesia. Per dirla in modo moderno è un po’ come se voi vi metteste a fare freestyle mentre vi fate arricciare la zazzera (“zazzera” che, fra l’altro, è una parola longobarda).

A colpi di forbice e di penna, Domenico rimase a Firenze fino al 1434 quando, con il ritorno in città di Cosimo De Medici, fu costretto a darsela a gambe (diciamo che i due non si stavano simpatici).
Difficile è stabilire il suo itinerario fra le città italiane prima del suo soggiorno a Siena che terminò nel 1445.

La sua vita in questa città non fu certo tranquilla: squattrinato e attaccabrighe si beccò diverse multe e fece anche mezzo anno di galera. Questa pena gli fu inflitta per un crimine alquanto bizzarro: il furto di abiti femminili. Se qualche storico volesse approfondire la faccenda ci sarebbe da farsi delle domande interessanti: erano indumenti usati da qualche bella fagianella? O erano vestiti nuovi con cui intendeva travestirsi per altri tipi di avventure? Se lo scoprite fatemelo sapere!

Platinette

L’ultimo periodo della sua vita il Burchiello lo passò a Roma, dove morì di malaria nel 1449 all’età di soli 45 anni.
La sua fortuna letteraria crebbe notevolmente dopo la morte: a partire dal 1475 e per tutto il secolo successivo furono infatti pubblicate numerose raccolte dei suoi sonetti. Fra questi, però, è difficile stabilire quali siano effettivamente stati scritti di suo pugno e quali, invece, siano da attribuire ad altri artisti rimasti nell’ombra.

La poesia alla Burchia

Il tipo di poesia praticato da Domenico coi i suoi clienti era una particolare varietà della poesia comica nota come poesia alla burchia, da cui il Burchiello prese il soprannome. La poesia alla burchia nasce, in effetti, qualche decennio prima di Burchiello: non è quindi una sua invenzione ma fu lui a renderla celebre diventandone il massimo rappresentante.

Ma da dove viene questa parola? La burchia (o, più propriamente, il burchio) era un tipo di imbarcazione: una specie di chiatta usata per piccoli trasporti fluviali sulla quale un carico molto vario era disposto un po’alla meno peggio.
I poemi alla burchia sono dunque quelli composti “alla rinfusa”, “a caso”, per non dire proprio “alla ca**o di cane”: le parole dai significati più disparati non seguono un senso logico ma sono perlopiù ammucchiate nel testo, unite da giochi di parole, da controsensi bizzarri e doppisensi. Possiamo quindi parlare a pieno titolo di nonsense.

Nonostante questo caos sul piano del significato, però, i componimenti di questo genere sono impeccabili sul piano formale e seguono alla lettera le rime e le metriche tradizionali: in particolare nella forma del sonetto.

Caratteristica di tutte le poesie del Burchiello è, infatti, la struttura a sonetto caudato. Come sapreste se passaste più tempo a studiare invece che a cazzeggiare sul nostro sito, il sonetto caudato è un semplice sonetto (due quartine e due terzine di endecasillabi) al quale viene aggiunta una coda di tre versi: un settenario che rima con il verso precedente e due endecasillabi in rima baciata.

Nominativi fritti e mappamondi: Testo, parafrasi e commento

Testo e annotazioni

Entriamo ora un po’ nel merito e diamo un’occhiata a una delle poesie iconiche del Burchiello. Presente in molti libri di testo per le superiori, “Nominativi fritti e mappamondi” è una delle poesie più rappresentative dello stile del nostro autore fiorentino.
Cominciamo col leggere il testo:

Nominativi fritti, e Mappamondi,
E l’Arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti Chirieleisonne
Per l’influenza de’ taglier mal tondi.

La Luna mi dicea: che non rispondi?
E io risposi; io temo di Giansonne,
Però ch’i’ odo, che ’l Diaquilonne
È buona cosa a fare i capei biondi.

Per questo le Testuggini, e i Tartufi
M’hanno posto l’assedio alle calcagne,
Dicendo, noi vogliam, che tu ti stufi.

E questo sanno tutte le castagne,
Pe i caldi d’oggi son sì grassi i gufi,
Ch’ognun non vuol mostrar le sue magagne.

E vidi le lasagne
Andare a Prato a vedere il Sudario,
E ciascuna portava l’inventario.

Fatemi indovinare: non ci avete capito una fava, vero?
Proviamo a vedere qualche parola più da vicino senza stare a fare una vera e propria parafrasi (che trovate invece in fondo).
“Chirieleisonne” è naturalmente una storpiatura dell’invocazione cristiana “Kyrie Eleyson” e i “taglier maltondi” possono essere letti come piatti non perfettamente tondi o non ben riempiti.
Proseguendo poi abbiamo “Giansonne” (che è il mitologico Giasone), il “diaquilonne” (che storpia la parola “Diachilo”, ovvero unguento), e il “sudario”: si tratta certamente di una reliquia e può rappresentare il velo della Veronica (che si trova però a Roma) oppure la Sacra Cintola di Maria, che effettivamente si trova a Prato.

Commento

Aspettate: non ci avete capito una fava nemmeno con queste parole in più, vero? Bravi! È esattamente questo il punto. Potremmo tranquillamente immaginare che questo sia solamente un guazzabuglio di parole buttate giù a caso, giocando principalmente sul mescolare campi semantici completamente diversi come la cucina, la grammatica e la religione.
Oppure potremmo provare a trovare qualche spiegazione.

Cominciamo con l’arca di Noè che procede fra due colonne: qualche critico ha ipotizzato possa essere una metafora un po’osè: forse per indicare il ding-dong che avanza fra le cosce? oppure…
In quest’ottica anche i mappamondi e i taglieri non perfettamente tondi potrebbero avere un significato ( . )( . ) interessante.

Le allusioni nella parte restante del sonetto paiono essere più che altro delle frecciatine verso gente che evidentemente stava “sull’arca di Noè” al Burchiello.
Una prima critica è rivolta ai petrarchisti: essi erano grandi fan dei capelli biondi di Laura, che qui vengono ricondotti a una tintura artificiale.

Una seconda critica potrebbe essere di tipo anticlericale e indicherebbe la comoda condizione dei preti (i gufi) e i loro vizi che cercano di non mostrare.
Assieme al clero una frecciatina è dovuta anche ai pellegrini che si dirigevano annualmente al santuario di Prato per venerare la Sacra Cintola.

Ancora si potrebbero trovare accenni alla cultura umanista caratterizzata dalla riscoperta della classicità (Giasone e i nominativi latini) e da un nuovo interesse geografico (mappamondi).

Parafrasi

Per chi ne avesse bisogno (per esempio chi volesse imbrogliare nel fare i compiti) vi mettiamo anche una possibile parafrasi di questa poesia.

Nominativi fritti e mappamondi e l’arca di Noè fra due colonne cantavano tutti “Kyrie eleison” sotto l’influsso dei taglieri irregolari.
La luna mi diceva “Perché non rispondi?” E io risposi: “Ho paura di Giasone, perché sento che l’unguento è un buon modo per farsi i capelli biondi”.
Per questo le testuggini e i tartufi mi hanno assediato standomi alle calcagna, dicendo “Vogliamo che tu ti stanchi”.
E lo sanno persino le castagne che oggigiorno i gufi sono così grassi che nessuno vuol mostrare i propri vizi.
E vidi le lasagne andare a Prato a vedere il Sudario, e ognuna portava l’inventario.

FONTI:
– Enciclopedia Treccani agli articoli: Nominativi fritti e mappamondi e Burchiello.
– Luperini – Cataldi – Marchiani – Marchese – Donnarumma, La scrittura e l’interpretazione, Palumbo Editore, vol.1, tomo 3, pagg. 129-130.
– Bologna – Rocchi, Rosa fresca aulentissima, Loescher, vol. 2, pagg. 151-153.

Vercingetorige82
Dall'informatica alla filosofia, dalle religioni alla montagna, dalla psicologia alla forgiatura. Per me il Trash è una nuova frontiera del sapere (intanto che sgranocchio merendine atomiche).

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